2040

marzo 22, 2010

Apro l’armadio
e gl’inverni trascorsi
raccontan le scarpe, i vestiti attillati.

Quell’andare su e giù in una scatola
guardando lo specchio sotto una luce spettrale
e vedere l’altro, lo sguardo che dirige al tappeto.

Fuori il cielo è una fetta
e gli uomini, tanti
hanno un bip tra le mani.

Sei bella! E lo racconta il tacco,
come uno spillo, della tua scarpa
che attraversava e qualche palo piegava.

Ridi, ma tutti hai soccorso
prima di andartene via a piedi nudi
su queste assi, in mezzo alla neve.


Incotrammo le dune

marzo 22, 2010

Incontrammo le dune,
effluvi di conchiglia.

Una mattina di luce riempie la casa
per via della neve recente sulla riva dei colli
spelati e bruni.

Apro le imposte
e ad accogliermi fuori
ci sono i miei gatti.
Qualcuno è contento del risveglio di casa,
ma io non lo so, è un periodo di sogni
e si sa, è necessario dormire.

Così, se mai volessi tenere un diario,
il diario sarebbe quello di un giorno.
All’automatico clic che sovrappone
qualcosa, traspare uguale a se stesso
il movimento gelato di questo paesaggio.

I vecchi mi dicono che la terra
era il fondale del mare
e che il mare irrequieto
abbia lasciato l’impronta
del suo addio inatteso.

Rimanere di stucco,
è un po’ quel che la terra ha insegnato alla gente
quando un’onda straniera bagna  il fossile
e riporta all’orecchio una conchiglia di pietra.


E un’idea di frasi compiute

marzo 22, 2010

E un’idea di frasi compiute
si agita informe per far breccia,
bottino, stuprare la carne.

Ero spesso sognante al parco
contemplando l’andirivieni e lo scontrarsi
di piccole formiche.

Oziavo, sdraiavo il blu
al mio fianco al calare
della palpebra.

Qualcosa gonfiava nel petto,
dietro lo sterno,
quasi a volere la sua, di felicità.

E prendersi la briga
di un affare più grande
ha smesso me di sdraiarmi col blu.

Ci si prende poi per qualcosa
di meno e che poi non c’è più:
la vergogna di avere giaciuto col cielo.

Un maestro mi disse
che forse era il diavolo quello
e io gli diedi retta.

E in fondo, gli atti
gli stessi pensieri sono il frutto
di quella vergogna.

La vergogna di vergognarmi
ora la fa da padrone
in un gioco degli specchi
a rinchiudermi qui
in un separé
della mia integrità.


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